Accadde oggi, 3 dicembre 1992.

Sembra passata un’eternità, un’era geologica fa. Era un giovedì qualsiasi nel Berkshire, Inghilterra, e mentre il mondo si preparava al Natale, un giovane ingegnere di nome Neil Papworth stava per accendere una miccia che avrebbe fatto esplodere – silenziosamente – il modo in cui ci parliamo, ci amiamo e ci lasciamo.
Durante una festa aziendale, Neil si sedette davanti a un computer. Non prese in mano un telefono, perché i cellulari dell’epoca erano giganti muti, incapaci di scrivere. Digitò due semplici parole, quattordici caratteri in tutto, destinati al collego Richard Jarvis.
“Merry Christmas”
Il messaggio viaggiò nell’etere e atterrò sul display di un Orbitel 901, un “mattoncino” (se così possiamo chiamare un dispositivo da due chili) che Jarvis teneva con sé. Richard lesse, ma non rispose. Non per maleducazione, ma perché non poteva. La tecnologia per rispondere non esisteva ancora. Fu un monologo digitale, un messaggio in bottiglia lanciato nel mare del futuro.
L’inferno creativo dei tasti fisici
Se chiudiamo gli occhi, possiamo quasi sentire il “bip”.
Quel suono, introdotto da Nokia nel 1993, divenne la colonna sonora di una generazione. Ma la vera nostalgia non è nel suono, è nella fatica. Ricordate cosa significava scrivere un SMS prima degli smartphone?
Non c’erano tastiere intelligenti, correttori automatici o dettatura vocale. C’era solo il tastierino numerico. Per scrivere una “S” dovevi premere il tasto 7 per quattro volte. Click, click, click, click. Era un’arte fatta di pazienza e polpastrelli callosi. Era un inferno ergonomico, certo, ma da quella limitazione nacque una nuova lingua.
Per risparmiare spazio (avevamo solo 160 caratteri, ricordate il terrore di sforare nel secondo messaggio e pagare doppio?), inventammo il “txt spk”. Le vocali sparivano, “perché” diventava “xké”, “comunque” diventava “cmq”. E prima delle faccine gialle e perfette di oggi, imparammo a disegnare le emozioni con la punteggiatura: due punti e una parentesi :) bastavano per dire “sono felice”.
L’età dell’oro e il lento addio
C’è stato un tempo, specialmente dopo il 1999 quando finalmente si poté scrivere a operatori diversi dal proprio, in cui gli SMS erano i re del mondo. I primi anni 2000 furono la loro età dell’oro. Aspettavamo la mezzanotte di Capodanno con le dita pronte sul tasto “invia”, sperando che la rete non crollasse (e crollava sempre).
Poi, la curva è scesa. L’arrivo delle chat istantanee – WhatsApp, Telegram, Messenger – ha reso la comunicazione fluida, gratuita, illimitata. Abbiamo guadagnato foto, video, vocali infiniti e spunte blu. Ma forse abbiamo perso quel brivido dell’attesa, quella cura maniacale nella scelta delle parole perché ogni carattere aveva un prezzo.
I dati parlano chiaro: dai 150 miliardi di messaggi nel Regno Unito del 2012, siamo crollati a meno di 32 miliardi. L’SMS sta diventando un reperto archeologico, usato ormai quasi solo per i codici di verifica della banca o le conferme dei corrieri.
Un brindisi ai 14 caratteri
Eppure, oggi, 3 dicembre, vale la pena fermarsi un secondo a guardare il nostro smartphone ultramoderno. Se oggi siamo costantemente connessi, se possiamo mandare un cuore a qualcuno dall’altra parte del mondo in un istante, lo dobbiamo a quel giovane ingegnere e al suo augurio natalizio fuori stagione.
A quel “Merry Christmas” rimasto senza risposta, che trent’anni fa ha insegnato al mondo che si poteva toccare il cuore di qualcuno senza bisogno di usare la voce.